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Otranto

Il nome di Otranto è inscritto in un celebre romanzo “nero”, The Castle of Otranto, a Gothic Story (1764) di Horace Walpole. Là non è che un nome, poichè nulla del paesaggio e dell’ambiente del romanzo corrisponde alla effettiva realtà del luogo. Ma forse il destino di Otranto era proprio quello di diventare materia di romanzo, di diventarlo in un secolo in cui la cittadina salentina è stata scoperta o si è, da sè, riscoperta.
In posizione felicissima su un canale che la fa vicina più di altre cittadine italiane all’altra sponda dell’Adriatico, aperta al soffio della civiltà greco-bizantina, Otranto ha conservato e coltivato, nei secoli, un suo mito che nasce dalla storia, il mito della sua identità forte e fattiva. Il mito che nasce dalla storia e quello dei suoi “martiri”, dei concittadini che nel 1480, aggrediti da forze nemiche, difesero fede e patria col sacrificio della vita conquistando non solo vasta fama nelle cronache del tempo ma soprattutto imprimendo la memoria del loro “martirio” nella tradizione del loro popolo che, giustamente, ogni anno li celebra e ne rinnova il ricordo. Si sbaglierebbe, però, a credere Otranto adagiata sul proprio mito. Non è città che viva di rendita, e i suoi abitanti si sono variamente attivati per conservarle quella vivacità che è nel suo carattere e per rafforzarla immettendo in una stabile situazione di fondo elementi di crescita e di rinnovamento. Non è un caso, dunque, che il suo mito venga riletto in chiave di grande modernità in un romanzo ormai famoso, L’ora di tutti di Maria Corti, o che il suo nome torni ad inscriversi, perentoriamente, nel titolo di un altro romanzo, Otranto, di Roberta Cotroneo. Gli scrittori, partendo dalla sua realtà, danno ala all’immaginazione e possono sentire cantare nelle sue acque le sirene: forse solo quella dalla doppia coda fuggita dal mosaico pavimentale della sua cattedrale e tuffatasi in mare da una delle sue scogliere. Veramente qui reale ed immaginario, antico e moderno non sono in conflitto. Entrano l’uno nell’altro, si armonizzano, si accomunano in un linguaggio che può essere, di volta in volta, alto o quotidiano, ma sempre chiaramente intelligibile.
Maestosa nella vigoria delle sue strutture murarie, del suo imponente castello che domina le acque; severe nella facciata austera della sua cattedrale; compassata nella compostezza del suo lungomare; fantasiosa nelle sue stradine in cui negozi e piccoli ristoranti si aprono invitando a cose diverse e diversamente attraenti; civettuola nei suoi balconi fioriti; festosa nelle sue spiagge e nelle sue vie percorse da una piccola folla variopinta; esigente nel suo decoro che non immusonisce: questa è Otranto.

La città ha piccoli e grandi gioielli da offrire alla curiosità del visitatore, dalla chiesetta bizantina di San Pietro al grande mosaico di Pantaleone, manufatto strordinario che fonde miti e leggende, cultura classica e immaginario medievale, testi sacri e profani, figure lontane nel tempo e accostate entro una struttura che vuol essere compendio d’una favolosa storia dell’umanità: i progenitori, Adamo ed Eva, e Alessandro e Artù, la flora del retroterra domestico e gli animali esotici in un caleidoscopio d’invenzioni riportate dentro al cornice del tempo segnato dal trascorrere delle stagioni, dall’influenza degli astri, dal giro del sole e della notte.
Otranto non è solo questo, ma anche un posto in cui rilassarsi in uno dei tanti alberghi di cui dispone.

Fonte: APT di Lecce

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