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Non solo mare

Al soffice velluto dell’arenile Senigallia deve la sua più nota attrattiva: forse, per questo, è piacevole sorpresa scoprire quanto si svela – oppure si nasconde – entro la cerchia delle antiche mura. Lasciamoci, allora, alle spalle la Rotonda, dagli Anni Trenta fascinoso emblema delle estati senigalliesi ed incamminiamoci verso il porto, lungo il tratto di spiaggia che vide sorgere, nel lontano 1853 un elegante, elitario “Stabilimento idroterapico dei Bagni marini” e con esso, tra i primi della costiera adriatica, il turismo balneare a Senigallia.
Dal molo irto di antenne delle imbarcazioni da diporto ricoverate in darsena, costeggiamo il Misa, risalendone il corso: così, per la sua via d’acqua, penetrarono per secoli in città mercanti e pirati, ricchezza e terrore. Subito attira il nostro sguardo la lunga fuga dei Portici per l’armonia del suo contrasto tra il mattone e la pietra, ma noi volgiamo il passo verso l’emiciclo in cotto del Foro Annonario, dal caldo colore della terra marchigiana. Per i Senigalliesi è la piazza d’ l’erb, vale a dire un centro commerciale progettato nell’Ottocento per l’approvvigionamento alimentare della città. Certo allora la funzionalità non nuoceva alla bellezza e la bellezza era destinata a resistere ai secoli. Avanti ancora nel nostro itinerario, ma a ritroso ancora nel tempo, perché qui, in Piazza del Duca, si respira aria di Rinascimento: il Duca è, infatti, Giovanni Della Rovere. Uno splendido affresco di Melozzo da Forlì lo mostra in un sontuoso abito rosso, insieme con il fratello cardinale Giuliano, al cospetto di Papa Sisto IV, loro zio paterno: l’uno diventerà papa con il nome di Giulio II , l’altro, invece, signore di Senigallia e proprio per questo edificherà la Rocca. Massiccia, compatta, come acquattata nel prato, neppure la Rocca rinuncia alla bellezza: coronata di beccatelli in pietra d’Istria, ci fa quasi dimenticare che è soprattutto una fortezza, che custodisce in sé, tuttavia, un raffinato palatium, per ospitare nelle emergenze il Duca, la moglie Giovanna Feltria, l’erede Francesco Maria e gli altri familiari. Nel suo silenzio tacciono ormai i tumulti degli assedi, ma parlano ancora le troniere sulle quali il Signore volle orgogliosamente incisi i suoi titoli più prestigiosi: 10 DUX – 10 PRE, Giovanni Duca di Sora, Giovanni Prefetto di Roma. Qui operarono le mani ed i talenti che, obbedendo al genio del grande Federico da Montefeltro,  diedero al mondo il Palazzo Ducale di Urbino. La bellezza qui è di casa, ma non solo: c’è anche tutta la storia della città. Nella piazza le fanno degnamente corona il Palazzetto Baviera, il Palazzi dei Duca  Guidubaldo II e la Fontana voluta da suo figlio Francesco Maria II. La Fontana: vi convivono inusitatamente anatre e leoni. Questi ultimi, in verità, così pomposamente retorici, furono aggiunti a fine Ottocento. Le originarie anatrelle, invece, recentemente ripristinate, celebrano la fine di un secolare flagello per la città, grazie al disseccamento delle Saline. Esse provocavano la malaria, tanto nota e citata che Giovanni Boccaccio, per un suo personaggio, addebita il colorito verde e giallo della carnagione ad un soggiorno in Senigallia. Già Dante, del resto, nel suo poema aveva additato come imminente ed ineludibile la fine della città. Ma Senigallia rinacque ed il segno potente della sua rinascita è quanto oggi ammiriamo in Piazza del Duca. Lasciamoci ora alle spalle la piazza, percorrendo via Arsilli dove ci sovrastano, alla nostra destra, le alte case del Ghetto: un papa ne impose i cancelli, Urbano Vlll nel 1633, un papa definitivamente li aprì, Pio IX nel 1847. Nel passato la Comunità israelita, invece, era stata attivamente integrata alla città, soprattutto da quando Sigismondo Pandolfo Malatesti, per ripopolarla, con un suo bando del 1450, aveva garantito a chiunque terra da coltivare, buoi per ararla, esenzione fiscale, immunità: da allora – vox populi, vox Dei – “Senigallia mezza ebrea, mezza canaglia”. Usciamo in Corso 2 Giugno, vera arteria pulsante della città, quotidiano luogo di incontro – quasi sottinteso appuntamento – per “la gioventù del loco”. Qui ritrovi, vetrine, ma soprattutto passeggio. Per questa strada, ora evocante la Repubblica, in precedenza intitolata a re Vittorio Emanuele, un tempo semplicemente Via Maestra, son transitati cortei e funerali, parate e processioni: nel 1598 vi passò anche Clemente Vlll “sopra una mula bianca sotto un baldacchino rosso”. Oggi i giovani, muovendosi o fermandosi con la bella indo¬lenza dei passi falcati, calpestano la storia: ma forse ancora non vi fanno gran caso. A metà corso c’è Piazza Roma, fin dai primordi il cuore della comunità. È come se la vegliasse un lapideo, barbuto Nettuno, aggrottato, forse, per le ingenerose e irriguardose mutilazioni subite. Le fa da fondale il Municipio che lascia scorgere, attraverso l’arco mediano del portico, il portale stemmato di Palazzo Mastai, dove il 13 Maggio 1792 nacque Pio IX, il più illustre figlio di questa terra. Da Piazza Roma, volgendo lo sguardo, scorgiamo la Chiesa della Croce, sobriamente lineare nella facciata, tanto più stupefacente – come vedremo – all’interno. Ma, svanito il barbaglio di quei suoi ori barocchi, seguendo il reticolo di strade ortogonali che disegnano il centro e di certo alludono alla fondazione romana, torniamo al Corso. Da qui ci attende, sulla riva destra del fiume, una lunga passeggiata al riparo dei Portici, oggi silenziosi ed appartati, un tempo, durante la Fiera, brulicanti di una folla dalle più varie etnie, condizioni e professioni: mercanti ed avventurieri, teatranti e prostitute, nobili e popolani, dall’Italia, dall’Europa, dal Levante. I Portici ci conducono in Piazza del Duomo – ufficialmente Piazza Garibaldi – fulcro del rinnovamento urbano voluto a metà del Settecento da Benedetto XIV, per assecondare la rigogliosa crescita della Fiera. Nel cuore del centro a città custodisce vestigia di una antica nobiltà che trapela ancora dalle chiese (in quella di San Martino, inaugurata nel 1750, si ammira la “Madonna col Bambino e Sant’Anna” del Guercino) ma anche dai portali dei palazzi mozzati dal catastrofico sisma del 1930 o dagli scorci luminosi di volte splendidamente affresca te che ci sorprendono, inattesi, attraverso le finestre aperte. ln Piazza del Duomo, dove il Settecento ha lasciato la sua armoniosa, aristocratica impronta, ci attende la Pinacoteca Diocesana di Arte Sacra , ospitata negli adorni saloni dell’Episcopio; noi riserviamo una sosta anche al Sarcofago di San Gaudenzio, custodito nell’Aula capitolare della Cattedrale, che rievoca guerre, carestie e pestilenze dei secoli bui, ma anche la pietas di Teodolinda, regina dei Longobardi e la fiduciosa devozione del popolo che implorava miracoli da quella pietra stessa, come tramandano antiche storie. Anche San Rocco ci rammenta la peste, ma oggi il suo culto, per nostra buona sorte, ha ceduto lo spazio accogliente della sua chiesa ad un frequentato Auditorium. Lungo via Cavallotti la settecentesca Chiesa di Santa Maria Maddalena è l’unica eccezione all’allineamento degli isolati. Le antiche fonti parlano di mosaici e sepolture rinvenuti alla sua fondazione. All’interno si custodisce un’importante tela di scuola baroccesca nella quale sono raffigurati, tra gli altri, il primo e l’ultimo dei Della Rovere che hanno segnato il destino di Senigallia: Sisto IV e Francesco Maria II. Usciamo dalla città murata attraverso Porta Maddalena – ora Porta Mazzini – dalla raffinata fattura in laterizio e, seguendo a sinistra la corti  na settecentesca, raggiungiamo I Area archeologica dove l’Ampliazione benedettina si innesta nel Pentagono guidubaldino, per l’ultima
sosta del nostro itinerare. In verità da qui esso dovrebbe prendere l’abbrivio, perché qui la città ha svelato le sue arcaiche radici, così lontane nel tempo, così straordinariamente vicine nello spazio. Qui infatti ci attende un connubio davvero inusitato: i basoli solcati dalle ruote dei carri sotto ai nostri passi, la più sofisticata tecnologia edilizia sopra le teste; tra questi due estremi la nostra storia. Ma per conoscere compiutamente l’anima di questa città bisogna uscirne e salire alle colline. Dai piani alti delle case vi si vede crescere il grano. Come raramente altrove, infatti, qui le colline sfiorano il mare e se il mare, immutabile nel suo eterno mutare, cancella ogni traccia, le nostre colline, invece, con campi e filari, borghi e torri, cascinali e ville, santuari ed edicole rustiche, siti archeologici e distretti industriali, narrano la vita degli uomini. E agli occhi di un uomo, che qui visse ed operò, si son trasmutate in immagini, quasi in astratti cabrei: Mario Giacomelli, il poeta della luce, per questo è un così grande cantore della nostra terra. Sulle colline il Rinascimento ha lasciato il segno della pietas di un principe che qui volle essere sepolto e dalla toccante, ingenua devozione francescana: è il Convento di Santa Maria delle Grazie che custodì fino al primo conflitto mondiale la “Madonna di Senigallia” di Piero della Francesca e che attualmente ospita un prestigioso Museo della Mezzadria. Sulle colline anche i due storici castelli di Senigallia: Scapezzano e Roncitelli, dai quali lo sguardo abbraccia “e quinci il mar da lungi e quindi il monte”. Dalle colline Giosuè Carducci scoprì la città e la cantò: “Sinigaglia si bella a specchio de l’adriaco mare”. Non solo mare, dunque, ma a quel mare nostro torniamo da cui passi e parole ha preso avvio.